Dire chi siano stati gli inventori della pasta non è facile poiché ogni fonte è

inquinata da storie confezionate su misura, atte a dimostrare che in questo

o in quel luogo è nata la pasta.

A contendersi la natalità sono in tanti, a partire da greci, etruschi, romani, per poi proseguire con sardi, toscani, genovesi, napoletani e perfino cinesi ed arabi. I napoletani, comunque, sembrano i più accreditati.  Infatti le prime notizie storiche degne di attendibilità, provengono dai “ Capitoli dei privilegi della città di Napoli nell’anno 1509 “ dove, in un testo, compaiono alcuni tipi di pasta, la cui nomenclatura è tuttora vigente.  Un’altra fonte, questa volta fantasiosa e quindi tipicamente napoletana, ci è fornita da una poesia burlesca inserita in un libretto di Cesare Spadaccini, primo a organizzare e costruire un “ ampio e dignitoso stabilimento “ per la fabbricazione delle paste. A lui si deve l’invenzione del “ meccanismo ingegnoso”, detto “ uomo di bronzo (si tratta della prima impastatrice manuale con pale di bronzo) con la quale “ si è tolta la indecente maniera di calcar le paste co’ piedi; ed alla politezza dell’impasto è unita una preparazione tutta nuova del grano scelto ad acino ad acino in modo che si ottiene un cibo estremamente netto, gustoso e salutare”.

Nell’opuscolo promozionale dello Spadaccini, pubblicato a Napoli nel 1833 e dedicato “ agli uomini ed alle dame di senno “ l’autore  presenta il suo nuovo stabilimento per la cui realizzazione impiegò ben dieci anni perché, come lui stesso scrive: “ le mie forze e’l dovere di educazione verso nove figli, non mi hanno permesso di ultimarlo con quella celerità che avrei desiderato per rendere soddisfatto un padre più che un Re ( Francesco I di Borbone: Re delle Due Sicilie)”.

Questo curioso libretto mi sorprende perché indica come a Napoli esistesse e fosse tollerata in tutti gli stabilimenti dell’epoca l’indecente maniera di calpestare e impastare  “ co’ piedi di uomini balordi, e cenciosi nel modo più ributtante, e senza veruna cura, o politezza. Dappoichè una delle cause più frequenti e meno conosciute de’ mali dello stomaco, e finanche della tisichezza, dipende dall’acidità delle paste accresciuta dall’avanzata traspirazione del travagliatore, e dallo schifoso sudore de’ piedi, coi quali le paste vengono lavorate “.

Altra novità particolare, almeno per quei tempi, è l’esposizione anche dei “Doveri che saranno scrupolosamente osservati da’ travagliatori nello stabilimento”; nell’opuscolo è descritto l’obbligo di cambiare l’abito personale con quello dello stabilimento, di lavarsi mani e volto prima di intraprendere il lavoro. Oltre al dovere di ubbidire al capo, di non uscire dal locale senza permesso, di non bestemmiare, sono indicati anche alcuni benefici piuttosto singolari per quell’epoca :  “l’operaio caduto infermo per causa del lavoro, riceverà un sostentamento giornaliero durante la malattia; moglie e figli avranno diritto di lavorare in quella parte dello stabilimento in cui saranno creduti capaci.  Se un operaio per quattro anni si sarà condotto onestamente, le figlie femmine avranno un maritaggio di 50 ducati. Il salario di ogni operaio sarà pagato metà in contante e metà in generi dello stabilimento”.

L’opuscolo si chiude con l’invito: vivete felici e con una filastrocca di un verseggiatore, tal Gennaro Columbro, sull’invenzione dei maccheroni, opera delle Muse, e sulla esaltazione dell’ordegno inventato dallo Spadaccini. Qui di seguito una parte della filastrocca:

“Chi mai fosse tra i ghiottoni

L’inventor de’ maccheroni,

Vi son dispute infinite,

Né decisa è ancor la lite.

So che vengono alle mani

I ghiotton Napolitani

Quando un Estero ha la boria

Di usurparsene la gloria.

Anzi quelli del Cerriglio

Danno ai ciottoli di piglio,

Quando trovan chi si oppone

Alla loro invenzione.

Che di Napoli sia pregio

Di serbare un privilegio

Sopra l’altre Nazioni

Di far bravi i maccheroni,

Questa cosa è tanto vecchia

Quanto il Vomero, e la secchia.

Ma che Napoli inventasse

Questa specie di matasse,

Mi terrà per iscusato

Il Cerriglio ed il Mercato,

Se sostegno a pugne chiuse,

Che non essi, ma le Muse

Inventarono quell piatto,

E dirò come fu fatto.”

– Gennaro Columbro

 

Eugenio Medagliani